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Capitolo 4

Questioni di Famiglia

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Fortunatamente anche stavolta gli era andata bene.

Dopo aver lasciato il castello, si recò a casa sua. Lungo il tragitto, Trozar non si rese conto che stava procedendo con un passo più spedito del solito. Il semplice pensiero di rivedere la sua famiglia gli metteva le ali ai piedi. Molti passanti che lo videro correre a quella velocità, rimasero sgomenti, altri furono costretti a spostarsi per non imbattere nella sua traiettoria. Sembrava vedere un cinghiale che si tuffava in un bosco pieno di ghiande. Ma lui non ci badò e proseguì imperterrito verso la sua meta.

Cosa avrebbero detto del suo ritorno? E lui cosa gli avrebbe detto? Come li avrebbe rivisti? Erano questi i pensieri che affollavano la sua mente mentre era in cammino. Dopo quello che per lui sembrava essere stata un’infinità di tempo, percorse la piccola stradina leggermente in salita che portava alla sua casa. Dopo aver fatto pochi passi, si fermò davanti a una porta di legno chiaro, su cui in alto, a circa tre quarti di altezza, era intagliato un rombo, al cui interno era stato inserito un piccolo pannello di legno leggermente più scuro, su cui vi erano incise cinque lettere, in alto una T e una I e poco più in basso a fare da cornice, erano state incise altre due E e una L. Si sentì incredibilmente nervoso in quel momento, come se fosse stato il primo appuntamento.

Che cosa assurda! Riesco ad andare in battaglia, senza provare il minimo dubbio, o timore e poi mi blocco davanti alla porta di casa mia...

Ma prima che potesse fare qualunque cosa, sentì delle urla provenire dalla casa «Non ti azzardare! Non. Ti. Azzardare! Se lo fai e poi ti fai male, vengo lì e ti do anche il resto!» Aveva riconosciuto la voce di sua moglie. Sicuramente il piccolo Ermac stava facendo qualcosa che non avrebbe dovuto fare e la stava esasperando. Sorrise involontariamente e si decise finalmente a bussare. «Arrivo!» sentì sbraitare in malo modo e subito dopo riprese a gridare «Tu! Posalo immediatamente! Che quando torno...»

Sentì un gran fracasso, probabilmente qualunque cosa Ermac avesse preso, aveva deciso di posarlo, scaraventandolo a terra. «Disgraziato! Ringrazia che ora non ti posso dare retta, poi dopo ti faccio ve...» In quel momento aprì la porta e non appena lo vide, smise di urlare all’istante. Davanti a lui si palesò la usa amata moglie Izolda con un’espressione talmente sorpresa, da non riuscire a proferir parola.

«Ehi, ciao...» quel timido saluto era l’unica frase che riuscì a dire in quel momento. Ma non aveva importanza, era troppo intento a osservare la sua bellissima moglie. I suoi capelli d’argento che le scendevano fino alle spalle, le sue orecchie triangolari sopra la testa, il suo volto a forma di cuore dai lineamenti duri, con due occhi neri che sembravano due onici brillanti e il naso all’insù. Il corpo in apparenza esile, nascondeva dentro di sé una grande forza. Trozar aveva capito perfettamente che Izolda era felice di averlo rivisto. Il suo labbro inferiore tremava e non riusciva a parlare, ma la sua coda pelosa scodinzolava a destra e a manca senza alcun controllo. Lui allora disse «Mi sei mancata» e l’abbracciò più forte che poté.

Lei dopo un momento di totale smarrimento, aveva fatto altrettanto, tenendolo stretto al suo petto, facendogli mancare il fiato. «Sei vivo... Sei vivo...»

La guardò in viso con un sorriso benevolo e si scambiarono un affettuoso bacio. Poco dopo rientrarono in casa e una volta chiusa la porta, Izolda chiamò i figli a gran voce per avvertirli dell’arrivo del padre. «Edrian! Ermac! Lucia! Venite! Papà è tornato!»

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