Capitolo 5
Le Otto Facce dell'Imperatore

Stanno arrivando? Sì, sicuramente stanno arrivando. L’appuntamento è tra poco, non tarderanno, sono bravi sottoposti ligi al dovere, non ci deluderanno. M-Ma se p-per ca-caso dovessero t-t-tardare...? Uccidiamoli tutti! Impicchiamoli! Diamogli fuoco! No, no, no! Non possiamo ucciderli, non è necessario. Se tarderanno, aspetteremo e gli chiederemo le ragioni del ritardo. Tutto qui. Non faremo nessun teatrino, non andremo in escandescenze e soprattutto non faremo del male a nessuno, chiaro? Noi siamo l’imperatore di Egril, Rhodes IV. Tutti noi: Radamante, Dafno, Holster, Velaar, Odin, Erinnia, Ilio e Sarpedonte lo siamo. Dobbiamo mantenere un certo contegno. Proprio perché noi siamo l’imperatore, non dobbiamo tollerare alcun atto che leda alla nostra persona! Dobbiamo agire con asprezza e durezza. È vero, non dobbiamo condannarli a morte, per ora abbiamo ancora bisogno di loro, di tutti loro. Richiamarli, sanzionarli, umiliarli pubblicamente è giusto. Non li uccideremo, se accetteranno in silenzio la loro punizione. Però se oseranno protestare, allora e solo allora li ammazzeremo! Noi siamo l’imperatore, garantiamo la legge. L’unica legge che esiste in natura è quella del più forte. Quale modo migliore per farla rispettare, se non con una bella e sanguinosa dimostrazione di forza? E poi? Chi ci aiuterà a procurare le reliquie? Chi ci renderà invincibili? Ci abbiamo messo una vita per progettare questo piano e ancora più tempo per cominciare a metterlo in atto. Non mettiamo il carro davanti ai buoi. Siamo noi che siamo arrivati in anticipo e attenderemo fino all’ora stabilita. Non hanno ancora tardato, quindi come possiamo punirli per un qualcosa che deve ancora accadere? Sì, ha perfettamente ragione, non possiamo uccidere persone innocenti, sarebbe da pazzi! E noi non siamo pazzi! Proprio perché noi siamo l’imperatore, siamo l’immagine della razionalità, della logica e della bellezza. È vero! Noi siamo l’imperatore, siamo la rappresentazione della tempra morale e della giustizia, faremo come abbiamo sempre fatto, fingeremo di tenere un consiglio e di ascoltare quello che i nostri sottoposti avranno da dire, per mantenere le apparenze, poi ci consulteremo e prenderemo le nostre decisioni. Quelle che più ci aggradano, quelle giuste, quelle che faranno del bene per tutti, anche perché... è solo la nostra parola quella che conta. La nostra invincibilità porterà prosperità al mondo intero. Quando avremo radunato tutte le reliquie, diventeremo invincibili. Quando saremo diventati invincibili e soggiogato tutti gli elementi, espanderemo l’impero fino ai confini del mondo e creeremo una nuova Nesia posta sotto il nostro perfetto comando. Tutto il popolo del nuovo mondo gioverà di questo nostro progetto. Noi siamo l’imperatore e non falliremo!
Erano questi i pensieri che si affollavano nella mente dell’imperatore Rhodes IV, succeduto all’ormai scomparso Cyril VIII. Era seduto al suo posto riservato nella sala del consiglio. La sala era molto grande, aveva due ingressi, uno portava alla sala del trono, così che l’imperatore potesse convocare dei concili straordinari, senza compiere lunghi tragitti. L’altro ingresso conduceva a un corridoio interno vicino agli alloggi degli ufficiali e dei soldati che vivevano al castello. Entrambe le entrate erano poste sotto la severa sorveglianza della guardia reale, giorno e notte. Quando la sala non veniva utilizzata, erano presenti due guardie che costantemente tenevano d’occhio la stanza. Quella rigida vigilanza non era una prerogativa della sala del consiglio o delle stanze imperiali, lo stesso valeva anche per tutte le altre sale, camere e spazi comuni non in uso. Era di primaria importanza che fossero sorvegliate in qualunque momento dalla guardia reale. Se così non fosse stato, assassini avrebbero potuto celarsi nelle stanze dove non vi era nessuno, sobillatori avrebbero potuto ordire i loro complotti e insinuarsi con le loro parole colme di veleno nel suo palazzo, se fossero state ascoltate dalle persone sbagliate, usurpatori avrebbero potuto rovesciare il suo impero così a lungo desiderato. Quando invece si tenevano i consigli, l’interno della sala si popolava di soldati e guardie. Venivano sparpagliati lungo il perimetro, non avevano il permesso di parlare, né di muoversi, ma nel caso avessero visto un movimento sospetto, o sentito una parola sgradita, erano autorizzati a intervenire con la forza. Non era stato sempre così. O forse sarebbe il caso di dire che non era mai stato così. Proprio Rhodes IV aveva introdotto questi compiti e istruito la guardia reale affinché lo proteggessero da ogni minaccia che potesse insediarsi a palazzo. Almeno era la scusa ufficiale, in realtà si riteneva abbastanza forte da proteggersi da solo in battaglia. Ma avere tante guardie fidate in giro per il castello era un deterrente per la maggior parte delle persone. La costante e sgradevole sensazione di essere sorvegliati, scoraggiava chiunque a compiere degli atti avventati. Inoltre, in quel modo poteva tenere l’intero castello sotto controllo. Rhodes IV aveva sempre considerato i suoi predecessori troppo morbidi nei confronti dei criminali e dei traditori, aveva sempre ritenuto che gli avessero lasciato troppe libertà. La libertà porta a pensare, a porsi domande e fare richieste sempre più esose. Quel tipo di attitudine avrebbe potuto essere pericoloso per il suo sogno di dominio, per cui era giusto che venissero repressi certi tipi di temperamenti sul nascere. Un imperatore dava al popolo sicurezza e un impero forte e saldo forniva calma e prosperità per tutti. Che importanza avrebbe avuto, se in cambio si fossero perse alcune libertà personali? Era un piccolo sacrificio in nome del nobile scopo di mantenere un controllo stabile per il bene e la pace di tutti.
La sala del consiglio era illuminata da ogni lato, merito delle gigantesche finestre e quando si tenevano i consigli durante il brutto tempo, o durante le ore notturne erano accese anche le torce appese ai pilastri e le candele di un ampio candelabro in cima al soffitto, che pendeva sopra l’esteso tavolo rettangolare di legno scuro al centro della sala.
Il consiglio in tempi di guerra era composto dall’imperatore in persona, che presiedeva e convocava il consiglio, assieme ai generali di brigata. L’esercito egriliano era diviso in quattro brigate: nera, rossa, blu e gialla, comandata ognuna da un generale. In tempi di pace avrebbero presenziato anche i ministri e i consiglieri dell’impero, ma quando entrava in vigore lo stato di guerra, non vi era tempo per manovre a lungo termine e discussioni prolisse. Quelli erano tempi d’azione, per cui la rapidità e la necessità erano elementi più importanti dell’idealismo e della preservazione della pace. Per accelerare ulteriormente i tempi, l’imperatore si era arrogato tutte le funzioni dei suoi ministri.
Per questo motivo, la sua sopravvivenza aveva assunto ancora più importanza. Nel malaugurato caso in cui l’imperatore fosse morto, chi avrebbe ereditato il suo impero? Non aveva eredi e non aveva ancora trovato una sposa con cui condividere il proprio impero. In verità non aveva neanche provato a cercare una compagna, poiché aveva il suo piano da portare a termine e una sposa avrebbe rappresentato una distrazione, oltre che un possibile ostacolo. Addirittura se un consigliere osava tirare fuori l’argomento, diveniva furente e sordo alle grida di pietà, gli tagliava la lingua personalmente. Dopo la terza volta che avvenne questo spiacevole evento, tutti i membri della corte desistettero dall’iniziare una simile discussione in sua presenza e il tema finì per essere considerato un vero e proprio tabù. Il suo piano doveva procedere e sarebbe stato lui stesso a portarlo a termine. Nessun erede gli avrebbe portato via la gloria e nessuno avrebbe mai dovuto prendere il suo posto. Il suo impero sarebbe stato leggendario, infinito ed eterno come colui che lo avrebbe governato.
A breve il consiglio avrebbe avuto inizio.