
Prologo​
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Il sole splendeva luminoso.
Si stagliava fiero e sfavillante allo zenit, scintillando come il gioiello più brillante e prezioso dell'immensa corona celeste che adornava Nesia, dominando l'intero mondo con la sua maestosa presenza. La sua sgargiante luce trasfondeva nel cielo placido e d'intenso celeste, il senso di pace che dopo anni di battaglie, guerre e massacri, concedeva una giusta tregua a un mondo devastato nel corpo e nell'animo. Scevro di ogni barriera, naturale o magica, aveva dissipato le nubi, brillando nel punto più alto del firmamento, trionfante. Tutti avevano dimenticato la vera essenza del sole naturale.
Erano anni che non sorgeva così puro, così autentico.
Non era distorto dagli strani influssi di minacciosa distruzione di Nehor, non era manipolato dalla visione estetica di Sirafi, non era indebolito, né affogato dalle vorticose acque di Ot'mo, non era appesantito, o spezzato dalla distorta gravità di Margatocal, non era preda dei rossi cieli incendiari di Naar, non era cristallizzato e crocifisso nel ghiaccio del gelo di Ryodal, i suoi raggi non erano dispersi dalle tempestose raffiche di Tadewi, non era soffocato dalle saettanti e furiose folgori di Gehult, non era oscurato e obliterato dalle ombre dello sguardo eclissante di Wuguang.
Era il sole semplice, immacolato e splendente, in totale armonia con la natura e con ogni elemento esistente.
Persino l'atmosfera sembrava partecipare a quello stato di perfetto equilibrio, aleggiava infatti una frizzantina aria gelida, in un luogo dove di solito era talmente glaciale che persino le crepitanti fiamme ardenti di Naar si sarebbero congelate sul posto, fino a morire stroncate dalla punta di lancia del gelo che trafiggeva la fiamma dell'anima. Invece in quel momento era persino piacevole essere avvolti da quella frescura che solleticava le narici e pizzicava dolcemente la pelle, facendo intirizzire ogni pelo del corpo giocosamente, ricoprendo di una gentile brina fredda le loro cappe e i peli delle loro pellicce, brizzolando i loro vestiari con faceto refrigerio. Bastava ispirare una volta per impregnare il naso e i polmoni di odori che si mescolavano l'un con l'altro, l'umidità gelida che s'insinuava prepotentemente nelle narici liberando il setto con la pungente atmosfera, si alternava al gradevole odore della carta da pergamena e al più penetrante aroma d'inchiostro estratto fresco dal calamo delle piume e veniva fatto sgocciolare lentamente, prima di tracciare con la sua essenza la più duratura delle leggi. A essi si aggiungeva il bizzarro profumo dell'interiorità della pietra, sprigionato dall'incisione decisa di un duro scalpello che solleva un'amara polvere, simili a frammenti di pulviscolo della sua anima interna, che a sua volta si mischiava all'olezzo putrido di bruciato, al tempo stesso intossicante e proibitivamente assuefacente, addolcito dall'odore di terreno bagnato e umido che ammansiva i sensi, come lo scivolamento dolce dei piedi nudi su un prato ricco di erba, il gradevole aroma del marmo ben levigato che stimolava un senso di ordine e di pulito, di sale e di roccia lucida, lo stesso che emana il pavimento di pietra di un castello appena messo a lucido per accogliere un ospite importante e che terminava in una punta finale di mare salino che apriva i polmoni con l'avventuroso effluvio di luoghi lontani e acque salmastre. Ormai aveva vissuto abbastanza a lungo in quelle lande per riconoscere all'istante tutte quelle fragranze che erano assorbite dal suo nuovo corpo. Ed era divenuto abbastanza esperto di Nesia per comprendere che tutto quel misto di fragranze e olezzi non si sposavano per nulla con l'ambiente circostante, immerso nella neve e nel ghiaccio. Nel bel mezzo di quella distesa gelida ammantata di soffice bianco e di rigido azzurro, si stagliava il palazzo maestoso di proprietà del signor Xylnius Holod, forgiato interamente di ghiaccio, talmente imponente che avrebbe potuto contenere al suo interno i dieci eserciti più corposi delle più grandi nazioni del mondo e avrebbe avuto abbastanza spazio per stipare al suo interno tutti i cavalli e le cavalcature per ciascun soldato di quell'armata immensa. Il ghiaccio che lo formava era così spesso che persino le fiamme imperiture di Naar e l'irruenza inarrestabile del fuoco di Antar non sarebbero riuscite neanche scalfire quelle mura salde e invincibili, che si estendevano, abbracciandoli, a formare una muraglia protettiva vasta quanto l'intera piana, avvolgendoli all'interno del gigantesco castello, protetto dalle quattro alte torri, le cui cime dominavano l'intera piana innevata di Noveren. Quel maestoso e raggelante baluardo di resistenza aveva permesso loro di sopravvivere all'assedio del gelo, quell'ultima battaglia, ancora in corso, in cui hanno sfiancato le forze dei dissidenti, il cui stallo tuttavia durava da troppo tempo.
Erano ben riparati sotto il tetto di forma ottagonale di tegole nere, rafforzate dai sostegni laterali di ghisa nera che le contenevano e le colonne del medesimo materiale, riccamente e dettagliatamente decorate da sinuosi rami di vite, con tanto di pampini, nodi e solchi sulle cortecce, che serpeggiavano a spirale fino alle basi di ogni colonna. Sulla cima era stato montato un segnavento in oro, che riportava il simbolo dell'elemento ghiaccio, un tributo che Xylnius aveva conferito al suo amico Ryodal, per commemorare la loro alleanza. In circostanze normali quel gazebo mostrava le aperture dagli archi a tutto sesto, pronte a invitare chiunque a entrare, però quel giorno erano state sigillate per l'occasione. Otto monumentali pannelli erano stati forgiati per richiudere tutti gli ingressi, creati con la sua magia, ciascuno presentava un colore differente: azzurro, verde chiaro, viola, giallo, rosso, arancione, blu e nero con sfumature violette, su cui era stato impresso il simbolo dell'elemento corrispondente.
L'essenza degli otto elementi doveva essere mostrata in piena potenza affinché ogni abitante di Nesia rimembrasse quel momento.
Ciò che sarebbe avvenuto in quel lasso temporale era di importanza epocale. Quell'avvenimento era un punto fermo che avrebbe definito la storia mondiale in eterno.
Era il primo giorno dell'anno zero.
Erano tutti radunati attorno al tavolo di marmo bianco, accomodati su comode poltrone di cristallo doppio e spesso, interamente rinforzate e modellate tramite la magia dell'elemento ghiaccio, con dei rivestimenti decorativi sui braccioli e sullo schienale, plasmando ciascuno di essi come un trono imperiale. I braccioli infatti erano scolpiti in modo da formare delle ali stilizzate di aquila, con ogni piuma particolareggiata al minimo dettaglio, che circuiva con fierezza ognuno degli occupanti, così come le gambe inferiori erano foggiate a ricreare grinfie di aquila, saldamente arpionate nel pavimento di mattonelle bianche, incastrate negli incavi dei bordi esterni della piastrella. Alle spalle dello schienale rotondo e maestoso, vi erano decorazioni di manici di lunghi spadoni incastrati nel ghiaccio a formare una corona semicircolare, mentre sulla cima era riportato il simbolo di ciascuno degli otto elementi, scolpito nel ghiaccio, in base all'elemento di affinità di ogni accomodato. Il fiocco a otto punte del ghiaccio, la spirale del ciclone del vento, il fulmine saettante del tuono, il sole circolare della luce, la fiamma a due labbra del fuoco, le tre montagne della terra, la goccia d'acqua e la sfera dalla corta coda dell'oscurità. Alle spalle di ciascuna poltrona vi era una parete creata con la magia dell'elemento corrispondente al simbolo riportato sullo schienale.
Il suo simbolo tuttavia non era riportato sopra lo schienale come tutti gli altri, bensì era inciso alle sue spalle nel ghiaccio, come se fosse nascosto dalla sua stessa presenza, l'ottagono perfetto che racchiude il nulla al suo interno. Inoltre alle sue spalle non vi era alcuna parete. Ma lui non ne aveva bisogno, avrebbe portato con sé in eterno la memoria di ciò che stava per accadere, indipendentemente dall'evoluzione degli eventi e delle circostanze. Tuttavia era necessario scrivere e riportare qualunque cosa sarebbe successa per le generazioni di donne, uomini, umani, bake, segnati, mostri e spiriti successive, affinché nulla andasse dimenticato e rimanesse impresso nel tempo in eterno.
Vi era tuttavia un'altra persona che non aveva il simbolo scolpito sullo schienale, bensì era inciso come il suo. Il simbolo delle tre linee parallele, lievemente curvate verso destra, unite da una linea trasversale che partiva dalla punta in alto a sinistra, passava per il punto medio di quella centrale e terminava sulla terminazione della punta a destra. Il maledetto simbolo che rappresentava nella loro lingua l'iniziale del suo nome odiato. Non avrebbe mai pensato che dopo tutto ciò che era accaduto in quegli anni e dopo tutto il male che si erano riversati l'uno sull'altra, di ritrovarsela di fronte a sé, per stabilire una pace.
Era Nehor, la primordiale dell'entropia.
Lo guardava fisso, con gli occhi carichi di desiderio e quell'avida espressione di supponenza, arroganza e superiorità vittoriosa. Nel suo cervello, lui, come ogni altra cosa che scuotesse il suo animo, era "suo". Così come quel mondo. Così come ogni altra cosa. Tutto doveva essere suo a ogni costo. Non importavano le circostanze, né tantomeno le situazioni.
Lei era la regina di tutti e di ogni cosa.
O era ciò che costantemente dichiarava, incurante delle rimostranze altrui.
Alla destra di Nehor, vi era il mastodontico primordiale del ghiaccio, non sapeva se definirlo in piedi, se fluttuasse, o quant'altro. Era una massa informe di vapore gelido e ghiaccio, dagli occhi bianchi senza pupilla, affilati come stalattiti, nel mezzo di quell'indescrivibile mole azzurra e raggelante si stagliavano pezzi di denti seghettati, il cui freddo bagliore scintillava esaltato dalla voragine da cui fuoriusciva un freddo talmente intenso che avrebbe reso di friabile ghiaccio l'incauto corpo che vi si avventurava nei paraggi con tutte le ossa, che fuoriusciva dalla cavità nella parte bassa di quello che pareva essere un viso di cristallo. Ryodal il primordiale del ghiaccio.
Al suo fianco vi era il padrone di casa, Xylnius Holod, dalla corporatura atletica e lo sguardo freddo e fiero dei suoi occhi azzurri che sembravano letteralmente di ghiaccio, i lunghi capelli biondi scendevano all'altezza della nuca, ben pettinati e lisci come una lastra di ghiaccio scintillante al sole, dalla carnagione pallida, il naso importante e un paio di labbra sottili. Aveva posto al fianco destro la lancia Lyod, di cui gli fece dono Ryodal, quando gli insegnò la magia del ghiaccio degli stabili, infondendo la sua forza affinché la tramandasse agli uomini, mentre dall'altra parte aveva poggiato la sua fida lancia, Goccia di Neve, la sua lancia personale.
Alla sua sinistra era seduta la fredda Militsa, sua moglie, dai capelli biondo platino lunghi e curati, legati in una treccia strettissima, a sua volta avvolta sopra la sua testa. Come suo marito era contraddistinta da gelidi occhi azzurri, simili a cristalli di ghiaccio incastonati nel suo scheletro, dalla carnagione diafana come la più candida delle nevi, dalle labbra carnose messe in risalto da un rossetto rosso sgargiante e anche lei vestita con l'armatura nera delle armate del casato di suo marito.
Vicino a lei vi era Tadewi, che sfoggiava allegramente il suo ricettacolo da umana, che aveva ottenuto facendone richiesta a sua madre Nehor, per far sì di ritrovare suo zio Gahone e giocare con gli abitanti di Nesia, così come aveva fatto suo zio. Aveva la pelle molto scura, la pettinatura dai ricci perfetti talmente vaporosa, che la faceva somigliare a un cespuglio folto e fiorito, con due codine ai lati della testa, aveva due grandi occhi neri intensi, una bocca carnosa e larga che sfoggiava la lietezza e il sollievo di presenziare a quell'incontro, un nasino dai lineamenti dolci e un corpo minuto rivestito di una leggera tunica.
Al suo fianco era seduto il bake Hagos, araldo del vento, con le lunghe orecchie triangolari feline dal pelo nero, che si stagliavano sul suo faccione allungato, quasi perfettamente ovale, i suoi occhi neri trasmettevano la placidità del suo animo, che lo faceva rimanere imperturbabile anche nelle situazioni più disperate, le guance sottili dalla carnagione scura ricordavano i lucenti e forti alberi d'ebano delle foreste di Omora, un paio di labbra carnose e grandi dispensavano un sorriso gentile. Il suo naso triangolare era nero anch'esso, lievemente inumidito per l'atmosfera, che gli conferiva una strana lucentezza. Il bake era vestito con una tunica semplice bianca, a pezzo unico, dal colletto alto e le lunghe maniche larghe, discendeva sulle gambe con larghi e svolazzanti drappeggi, su cui indossava una sovratunica azzurro cielo rettangolare, allacciata al collo con un largo laccetto, che copriva la dalla parte centrale del petto e in mezzo alle gambe, fino ad arrivare ai piedi, decorata con un rettangolo dorato proprio nel mezzo e delle decorazioni geometriche di triangoli marroni e arancioni alle estremità, che seguivano il movimento della figura della tunica, sottostanti alla cucitura beige che iscriveva un altro rettangolo a circa quattro centimetri dei bordi. Al collo indossava il suo medaglione di bronzo, da cui non si separava mai, la testa di felino che volgeva a sinistra, che rappresentava il simbolo delle tribù di Omora riunite, del tutto identico a quello riportato sulla bandiera della sua nazione e tra le mani riluceva Umoya, la reliquia del vento, la sfera con al centro la spirale, simbolo del vento, che era riportato anche sul muro alle sue spalle.
Alla sua destra vi era l'indefinita figura di Gehult, o Jovulf, come si faceva chiamare in quel periodo, fatta di lampi e fulmini, intrappolati in un aura nebbiosa viola, dagli occhi rossi minacciosi e il vocione saettante, identico al rombo dei tuoni di cui era composto. Sebbene avesse fulmini per dita, per tronco ed estremità, in realtà non era mai stato sicuro di dove cominciasse il suo corpo e quanto lo potesse modificare.
Alla sua destra era seduta la sacerdotessa Brigit, bassa e corpulenta, dai capelli castani chiaro, ben pettinati con la riga in mezzo e tenuti ordinati da un frontino circolare sulla fronte di corda azzurra, rossa e bianca intrecciata, che a stento manteneva la sua massa di capelli che discendevano fino alla schiena e si sollevavano in una lieve matassa all'altezza della nuca. Aveva occhi verdi grandi e circolari, che inghiottivano nel suo mare d'iride la sua pupilla perfettamente circolare, come un atollo dove l'anima trovava rifugio in un mare di innocente verde. Sulle guance paffute e gonfie spuntavano delle lentiggini più fitte dei funghi che emergevano dal terriccio delle foreste umide delle terre settentrionali delle Terre Occidentali. Aveva un paio di carnose labbra larghe, poste sotto un naso schiacciato a patata, con un lieve doppio mento a chiudere il suo viso perfettamente tondo.
Ad accompagnarla alla sua sinistra c'era suo marito Briann, araldo del tuono, dalla lunga barba crespa e rossa legata in decine di trecce, con dei nastri colorati intrecciati a spirale, così come rossa era la scompigliata massa di capelli che gli copriva la sua grossa e atletica schiena, il suo faccione dalla sanguigna carnagione rosata quasi si confondeva in quel mare di peli, che lasciava scoperte solo le rubiconde guance gonfie, le sottili labbra lunghe e il naso importante, che si affacciava come un prepotente promontorio sulle coste di un mare in tempesta e un paio di occhi grigi sotto un paio di sopracciglia folte, che si distendevano alla stessa maniera di specchi di un lago spento in una foresta d'autunno. Legata dietro la schiena, portava Strom, la reliquia del tuono, che aveva rubato a Hjalmar, durante il grande Torneo dei Nove, appropriandosi così delle magie degli statici e riuscendo a resistere alle mostruosità dell'elementale.
Alla sua sinistra vi era Ahiga, il bake leone, con cui andava molto d'accordo. I suoi lunghi capelli castano scuro dalle erano tirati all'indietro come una criniera, gli occhi castani dallo sguardo pungente, scrutavano freddamente e con diffidenza i primordiali seduti al tavolo. Sul grosso faccione faceva capolino il grande naso triangolare rosa-mattone che annusava l'aria con sospetto. Aveva la bocca larga, il corpo robusto e alto, che persino tra gli uomini gli aveva fornito la reputazione di gigante, rivestito con un'armatura di cotta di maglia e piastre di acciaio schiarito, dallo sgargiante mantello rosso, che ricopriva gran parte del suo corpo. Al suo fianco era seduta l'araldo Misae, la bake aquila dal becco lucente ricurvo, con un cerchio rosso dipinto attorno alla punta e nel mezzo, dai lunghi capelli nero lucente che scintillavano come le acque splendenti dei sinuosi fiumi che serpeggiavano tra i boschi erbosi della sua terra, le terre settentrionali di Sanvin. Sul suo viso allungato, ricoperto di bianche piume, aveva applicato delle pitture di guerra di azzurro acqua e nero, che esaltavano i suoi occhi dorati, resi tali dal dono della Vera Vista che le aveva conferito la signora Sirafi. Sulle spalle trasportava Solos, l'arco della primordiale della luce, che si stagliava in piedi alla sua destra, con la sua figura alta, slanciata e statuaria, dallo sguardo vacuo, i cui occhi parevano essere stati scolpiti direttamente dalle lisce pietre d'alabastro, le ali risplendenti e solenni come la più regale delle aquile erano tenute chiuse e la sua pelle era, come al solito, lucente quanto il sole.
Tra lei e Ahiga, il marito di Misae, non correva buon sangue e i due evitavano accuratamente di guardarsi, o persino di interagire, per evitare di scatenare un putiferio.
Oltre loro era seduto lui, che era accompagnato alla sua sinistra dalla sua signora Antar, l'araldo del fuoco. Alla cintura portava la lucente Hariq, ben custodita nel fodero, tra le sue sinuose e seducenti anche. Il suo bel viso mostrava un'espressione greve rivolta contro Nehor. Tuttavia manteneva una lucida freddezza e una concentrazione da guerriera, che mostravano la sua esperienza da prode veterana di guerra. Ma a dispetto della sicurezza sfrontata, la sua mano di quando in quando cercava la sua, sotto il tavolo, quando era sicura che gli altri non la guardassero, in un momento di breve debolezza che non voleva mostrare.
Non capiva il perché, ma quel gesto gli faceva particolarmente piacere.
Vicino a lei c'era il mastodontico Naar, dal corpo fatto di fiamme, che era talmente torrido da essere il motivo per cui non si gelava in quella giornata, ma controbilanciato dalla presenza di Ryodal, evitava anche di sciogliere il ghiaccio e bruciare vivi tutti loro. I suoi occhi azzurri erano rivolti verso Nehor, mentre il suo corpo fatto interamente di fiamme si espandeva verso il muro dietro cui era impresso il simbolo dell'elemento fuoco.
Per ragioni a lui sconosciute, tutti i luogotenenti di Antar erano assenti e l'unica persona che aveva permesso di essere presente tra il suo entourage era la muscolosa Selora Lehi En, che era in piedi tra lui e Antar, a braccia incrociate, sui cui polsi sfoggiava i due bracciali d'oro con il simbolo del sole su quello sinistro e quello della luna su quello destro e scrutava torva gli altri presenti e in particolare Nehor.
Oltre il gruppo degli inarrestabili vi era Margatocal, il cui lungo corpo serpentino era acciambellato e annoiato, quasi come se fosse stato un favore a essere lì presente. Lanciava qualche sguardo eterocromatico dai suoi occhi di rubino e zaffiro qui e là, ma solo per accertarsi che qualcuno lo stesse interpellando. Davanti a lui c'era Mitla, l'araldo della terra, dai lunghi capelli neri, avvolti in una lunga treccia, stretta come il groviglio di foglie della Foresta delle Grazie, dal corpo massiccio, un po' tozzo, con braccia muscolose piumate di nero dalle punte bianche, come le rocce che formavano le cave di granito di Iztan, dalle lunghe gambe robuste e il collo sottile, dalla carnagione olivastra scura, con un sottotono rossiccio che le conferiva una sanguigna vivacità, così come anche il becco era rossastro, lievemente e piegato in avanti, alla maniera di un arpione uncinato, aveva un paio di microscopici occhi nocciola, poco distanziati l'uno dall'altro, che quasi si perdevano nella sua larga fronte e portava lo scudo Aalpa poggiato a fianco del trono.
Alla sua sinistra vi era il mastodontico Ot'mo, dalla gelatinosa pelle d'acqua costantemente in movimento, simile all'acqua nutriente che scorre lungo i terrazzamenti dei giardini decorativi delle case nobiliari dei signori delle Daula delle Terre di Crocevia, i suoi occhi viola scuro erano fissi su Nehor e teneva ben serrati i lunghi tentacoli d'acqua che si dilungavano da qualunque parte del suo corpo. Al suo fianco era accomodato l'anziano Ren'Ik, dal lungo barbone che copriva fino il petto, i capelli radi e già imbiancati, in una corporatura ossuta, ma che era molto atletica nei punti giusti, dagli occhi grandi e circolari dalla pupilla quasi invisibile, che gli forniva un aspetto solenne e il naso adunco. Aveva tra le mani il tridente Aìr, che in quella posa era più simile a uno scettro regale che a un'arma vera e propria.
Vicino a lui era seduto il maestoso drago Oan, l'araldo dell'oscurità, dalle lunghe corna dorate, così come i lunghi baffi ondulati dello stesso colore, che discendevano lungo i lati del collo, com'era la moda del clan dei draghi orientali, vestito con la sua umile tunica pesante che nascondeva la corporatura alta e atletica, le braccia possenti e le gambe corte, seppur robuste, ricoperto di scaglie cangianti, simili a tasselli di mosaico dalle scintillanti tonalità dell'arcobaleno e gli occhi dorati dall'espressione eterea e pacata, al cui fianco teneva la sua otta come un poggio per camminare.
A chiudere il cerchio tra Oan e Nehor vi era la splendida signora Wuguang, che aveva applicato della cera bianca per esaltare i tratti del viso che si celavano all'occhio nel suo corpo fatto d'ombra. Aveva dei lunghi occhi a mandorla all'ingiù, con un naso ben proporzionato e dei capelli neri che aveva legato in una crocchia all'altezza della parte più alta della testa, mettendo in mostra il collo. Aveva applicato dell'ombretto bluastro ai lati degli occhi e uno sgargiante rossetto rosso sulle sue labbra carnose e grandi, mentre i suoi denti si nascondevano nell'essenza della sua stessa ombra. Indossava una lunga tunica di seta blu, dalle decorazioni dorate che riproducevano dei denti di leone nei pressi delle lunghe maniche a strascico, che velavano come un paravento le esili braccia, dalle dita lunghe e sottili, smaltate di bianco, che parevano delle pietre preziose che risaltavano sulla sua oscurità. In vita portava otto strette cinture, sovrapposte l'una sull'altra, di colore diverso, che rappresentava ciascuno uno degli otto elementi, che assottigliavano la sua stretta vita e allacciava una lunga gonna a strascico bianca, con adornamenti che ricordavano onde travolgenti e spume impetuose lungo il capo d'abbigliamento. Sulle braccia scivolava un lungo scialle rosa, che accarezzava dolcemente il suo alto collo esile e femminile e le avvolgeva i fianchi con delicatezza.
Lui era seduto di fronte a Nehor, tra la sua signora Antar e la signora Sirafi. Indossava la consueta tunica bianca, che anni e anni di battaglie avevano logorato e squarciato in alcuni punti, sebbene fosse ancora indossabile. Il suo aspetto non era cambiato di molto, portava sempre la barba castana arricciata dai riflessi rossi ben tagliata, il suo corpo era atletico e imponente, seppure non fosse particolarmente alto, dalle braccia e le gambe muscolose, il naso proporzionato, gli occhi grandi castano scuro, dal taglio sottile, lievemente all'ingiù, con una fronte ampia e i capelli castani ribelli, tirati all'indietro.
Bene è ora di cominciare... Speriamo che vada tutto bene...
Si alzò in piedi «Mie care amiche, miei cari amici, a tutti i presenti, ringrazio di essere qui. Siamo qui riuniti, oggi, per stabilire i termini per la fine di questa interminabile guerra. Prima di cominciare e dare inizio alle negoziazioni, vorrei rendere grazie al signor Xylnius, signore delle terre del nord, che ha permesso tale incontro in casa sua, in modo da discutere pacificamente sulle regole da stabilire per il raggiungimento della pace, in piena tranquillità.»
Tutti gli araldi e i presenti fecero un breve applauso, seguito da alcuni primordiali, eccetto Margatocal che osservava con sguardo sonnacchioso la platea, Ot'mo e Gehult. Gahone non fu sorpreso che Nehor non solo non partecipasse a tale gesto, ma che sembrasse persino infastidita da tale manifestazione di attenzioni non rivolte a lei.
L'araldo Xylnius rispose a tutti loro con un garbato cenno del capo, senza scomporsi.
Nehor fece una smorfia sfrontata «Oh... non dire sciocchezze, mio Gahone! La questione è molto semplice! Anzi direi che la soluzione per tale problema è più che semplice, è semplicissima! La pace si raggiungerà nell'esatto momento in cui tutti voi, seguirete le mie direttive e la mia visione del mio mondo...» e dondolò sorridente sul posto, facendo moine.
Ah... come al solito si comporta da testarda...
Ma prima che potesse ribattere, Antar si accigliò e replicò «Umpf... Non farti illusioni, primordiale. Di tuo qua, non c'è proprio nulla. Nesia non appartiene a te ed è solo per Gahone che abbiamo accettato di organizzare questo incontro, perché ti assicuro che ci sarebbero molti altri modi più rapidi per ottenere una pace più duratura.» Molti tra gli araldi mostrarono cenni d'assenso ed emisero versi di approvazione a tale risposta.
Nehor appoggiò i gomiti sul tavolo, intrecciò le dita l'una con l'altra, poggiò su di esse la testa e con un sorriso allegro domandò in tono curioso «Ah sì? E dimmi un po', tu, quali sarebbero questi metodi di cui parli?»
Antar sorrise affabile e sollevò una mano come a bloccare l'aria «Non ha alcuna importanza. Ormai siamo riusciti a raggiungere questo, perché mai vanificare tali sforzi, per fantasie ipotetiche?»
Nehor arricciò il naso, lievemente delusa da tale risposta «Uhm... sì, non posso darti torto...» bofonchiò in tono annoiato, poi si erse e aggiunse con voce stridula «Ma ricordate sempre che avete ottenuto tale incontro, solo in virtù della mia infinita benevolenza!»
Briann si schiarì la gola e la rimbeccò con tono burbero «Mia signora, non voglio offendervi, né tantomeno mancarvi di rispetto, ma ciò che avete appena detto è solo un mucchio di bubbole! Anche se ci sottovaluta palesemente, sa bene che siamo guerrieri estremamente valorosi! Non dimentichi che siamo stati in grado di sconfiggere i Quattro Cavalieri al suo servizio.»
Nehor s'inalberò «È stata solo una fortuita coincidenza! Solo perché avete ingannato i miei amici e i miei poveri figli e li avete rivoltati contro di me! Non so che razza di storielle vi raccontate per guardarvi allo specchio, ma siete guerrieri alla stessa maniera in cui un pezzo di ghiaccio è rovente come il fuoco! Siete solo dei volgari ladruncoli!»
La signora Sirafi fece cenno di diniego «Signora Nehor, non dica queste cose! Sa bene che non possiamo appoggiare il suo piano e la sua visione del mondo... E se proprio vogliamo dirla tutta...»
Ma Nehor la interruppe bruscamente «Umpf! Parli proprio tu, Sirafi? Ti ricordo che mi avevi promesso di aiutarmi, quando ti ho condotta qui, o mi sbaglio?» la richiamò in tono accusatorio.
«Sì... è vero... però...» farfugliò con voce ultraterrena la primordiale e Ahiga sbuffò sprezzante e scoccò un'occhiataccia alla primordiale, fu allora che Misae si erse e con voce calma intervenne «Signora Nehor, sappia che le circostanze sono cambiate da quando siete apparse per la prima volta qui nel nostro mondo e Sirafi ha compreso che la sua visione manca di una certa compassione nei confronti degli abitanti di Nesia, ossia tutti noi.»
«Umpf... a me non pare!» obiettò stizzita lei «Io non tratto male gli abitanti di questo mondo. I miei dissidenti non stanno di certo soffrendo. O è questo che stai insinuando, Misae?» la richiamò Nehor.
«Non era questo che stavo dicendo... però...» replicò calma l'araldo della luce.
Ma Nehor la interruppe nuovamente «E allora quello di Sirafi è stato un tradimento bello e buono, io dico! Sì sì! Un tradimento bello e buono!» s'impuntò la primordiale.
Allora Ryodal prese la parola «Quello di Sirafi non è stato un tradimento, signora Nehor. Nessuno di noi ha mai neanche pensato minimamente di tradirla. Non a caso siamo qui, a discutere per una soluzione che possa fare comodo a tutti. Se davvero avessimo voluto ingannarla, avremmo trovato un modo per risolvere la questione diversamente, come ha proposto l'araldo Antar. Ma deve prendere in considerazione l'evoluzione degli eventi da quando siamo arrivati qui... noi... non riteniamo più i suoi metodi... accettabili... ecco...»
Nehor fece spallucce «Ah, davvero, Ryodal? E spiegami... In quale maniera allora sarei ingiusta nei confronti dei miei sudditi? Uhm? Io ho ascoltato le richieste dei miei sudditi e ho fornito loro la libertà ed esaudito i loro più intimi desideri, in cambio della loro lealtà alla mia causa, in cosa sarebbero differenti dai vostri sudditi e i vostri giuramenti? Io li rendo felici e li accontento per ciò che loro vogliono e in cambio mi assicuro la loro fedeltà. Come avevo fatto con voi, Ryodal...» e gli puntò il dito contro.
Ah... come al solito deve sempre fare le sue bambinate...
Ryodal si ritirò, punto nel vivo, ma fu suo figlio Jovulf a farsi avanti «Ah, madre, piantatela di fare la vittima!» esplose il primordiale del fulmine, assordando i presenti con l'intensità del suo tuono «Proprio voi parlate di tradimento? Vi ricordo che nel momento in cui ho avuto più bisogno, siete venuta meno! Non accusate gli altri per promesse che voi stessa non siete riuscita a mantenere! Se non fosse stato per zio Gahone, a quest'ora...»
Nehor si alzò in piedi, nonostante l'ira mostrata dalla sua irruenza, Gahone poté percepire nel suo sguardo un velo di soddisfazione. Si conoscevano troppo bene e da troppo tempo per non notare ciò che era invisibile agli altri.
«Gehult! Mio povero figliolo ingannato! Non alzare la voce contro la tua povera madre! Hai dimenticato che senza il mio aiuto, quell'araldo... come si chiama? Quel Briann... che tu chiami amico, ti avrebbe ucciso? Hai dimenticato che si era circondato dei suoi amichetti per strapparti il cuore? Io non ho dimenticato! Forse tu avrai seppellito l'ascia di guerra, però, perdonami, se in quanto tua madre sono preoccupata per la tua incolumità, soprattutto se ti associ a gente che potrebbe mentirti e pugnalarti alle spalle quando abbasserai la guardia...»
Briann protestò «Signora Nehor! Queste accuse sono oltraggiose! Non è andata assolutamente così! Gehult ha messo in pericolo il mio popolo e noi ci siamo solo difesi dalle sue malefatte!»
Jovulf esplose nuovamente, ma stavolta rivolto contro l'araldo del tuono «Ma quali malefatte, razza di mentecatto? Se mia madre e mio zio Gahone non si fossero messi in mezzo, adesso saresti un fantoccio elettrizzato!»
Briann si alzò in piedi «Come osi, razza di...?»
Brigid si alzò in piedi e pose una mano sul petto di suo marito per placare la sua furia «Basta così! Tutti e due! Ricordate dove siete! Un minimo di contegno!»
I due continuarono a guardarsi in cagnesco e Briann tornò a sedersi.
La signora Wuguang mise le mani giunte e con voce ansiosa porse loro un invito alla calma «Signore, signori, la signora Brigid ha ragione! Non siamo qui per litigare, abbiamo trascorso già anni a farci la guerra l'un l'altra! Tutti abbiamo perso qualcosa, tutti abbiamo dovuto ingoiare il nostro orgoglio per cercare un punto d'incontro. Siamo riusciti miracolosamente a organizzare questo concilio, nonostante tutti i contrasti, sarebbe un vero peccato sprecare un'occasione del genere per bisticciare e non arrivare allo scopo prefissato.»
Oan annuì e sottolineò il punto «La signorina Wuguang ha perfettamente ragione. Continuare a indugiare nel passato, non aprirà di certo le porte a un radioso futuro. Perciò, regina Nehor, siamo qui per ascoltarla e in virtù della sua pazienza concessaci, gradiremmo se udiste anche lei, ciò che noi, gli araldi di Nesia, abbiamo da dire...»
Nehor non poté nascondere un sorrisetto maligno «Ah, ma io sono qui appositamente per questo motivo! Io sono venuta con queste intenzioni, ma il vostro atteggiamento ostile e falso ha portato a questa...»
«Ora basta, Nehor!» la richiamò Gahone con un vocione imperioso che fece sobbalzare tutti i presenti «Ho capito il tuo giochetto. Tutti l'abbiamo capito! Vuoi davvero proseguire con questa guerra? Vuoi davvero che tutti i tuoi amici, qui presenti si mettano contro di te?» e indicò tutti i primordiali presenti, che annuirono dispiaciuti «Vuoi davvero infliggere ulteriori sofferenze ai tuoi figli, Tadewi e Jovulf?» e indicò anche loro «Non è abbastanza quello che hanno subito per colpa di questa guerra e del tuo atteggiamento? Vuoi davvero punirli al punto da infliggergli dolore? Uccideresti i tuoi figli, solo per il tuo desiderio di conquistare Nesia?»
Fu allora che udì un tintinnio improvviso nelle sue orecchie, come il suono argentino di una campanella punta da uno spillo. Nehor sgranò gli occhi e mise il broncio. Scosse la testa «Io amo i miei figli più di ogni altra cose e...»
Tuttavia stavolta fu Gahone a interromperla «Vuoi davvero avere una ragione per cui conviene a tutti lo stringere questo patto? Allora te ne fornirò una...» protese in avanti e le puntò il dito contro «Se dovessimo proseguire con questa guerra, rimarrai sola, Nehor. Più sola di una voce caduta nell'abisso più oscuro delle fosse di un crepaccio. Non ci sarà più nessuno ad ascoltarti. Se dovessi vincere, sarai costretta ad assassinare tutti, persino i tuoi figli che dici di amare così tanto, ma che a dispetto delle tue parole, non sufficientemente rispetto alla bramosia del tuo desiderio di conquista.»
Lei scosse la testa. Eppure stavolta era esitante, quasi tremante «Non se seguirete la mia visione del mio Nuovo Mondo...»
«Questo tuttavia è lo scenario in cui tu dovessi trionfare. Ma non è cosa certa e tu lo sai bene. Non dimenticare che sono stato in grado di fornire a tutti i qui presenti i segreti per forgiare le reliquie, inoltre ho assorbito un decimo del tuo potere. Vuoi davvero rischiare di sparire per sempre, dimenticata da tutti?»
Nehor assottigliò gli occhi e parte della sua spavalderia scomparve.
«Nehor, vuoi davvero metterti contro di me?» domandò Gahone in tono serio «Io sono felice qui, come ti dissi anni fa. Ho trovato persone che mi hanno insegnato tanto, che mi hanno mostrato un mondo pieno di curiosità e bellezze che neanche in decine di cicli mi sarei mai sognato solo di immaginare!» tirò un profondo respiro «Ho trovato persone per cui darei la mia stessa vita pur di salvarle da qualunque minaccia! Persino se quella minaccia sei tu! Persino se dovessi sconfiggermi e uccidermi, io le difenderò fino all'ultimo istante della mia vita! Perché...» Tirò un altro profondo sospiro e dopo una breve pausa aggiunse «...Perché ho scoperto che senza di loro la mia vita e questo mondo perderebbero il senso della loro esistenza e non posso permettermi di perdere un legame così importante. Non posso rischiare che mi venga privato di un tesoro così prezioso...» le rivolse uno sguardo determinato «Anche se sei più forte di me, anche se sei più intelligente di me, io non cederò di un passo, se dovessi continuare con la distruzione di questo mondo.»
Avvertì una piacevole sensazione di calore, come la fiamma che crepita in una fredda notte d'inverno e scalda con il suo ardore. Udì il rumore di un confortevole falò nel bel mezzo di un cerchio di pietre nella neve.
Si voltò e vide il volto di Antar sorridergli silenziosamente. Si scambiarono un'occhiata rapida. Uno sguardo fugace.
Complice.
E fu in quel momento che percepì il greve rumore di una goccia che cade da un'altezza vertiginosa e atterra su una crepa di un vaso, spaccandolo in mille pezzi.
Il suono di un'anima in frantumi.
Bastò quell'istante e tutta la vanagloria di Nehor crollò in pezzi come un vaso di terracotta. Gahone poté vedere persino il labbro tremolare nel fugace istante di un attimo di debolezza.
La primordiale si sistemò meglio nella sua poltrona e per la prima volta da quando era cominciato quel colloquio per stabilire la tregua per la fine della guerra, si fece seria «D'accordo, allora... miei cari... vi ascolto... Quali sono le vostre richieste?» domandò con un sorriso cordiale.
Tutti tirarono un sospiro di sollievo e Gahone ricevette persino degli impercettibili segni di gratitudine da parte degli araldi e dei primordiali, per essere riuscito a calmare Nehor. Tadewi gli rivolse persino un largo sorriso.
L'araldo del vento, Hagos si fece avanti con la sua voce profonda «Le nostre richieste sono molto semplici, signora Nehor. Vogliamo semplicemente porre fine a questa guerra insensata. Tutti noi abbiamo perso molto in questo conflitto. Le nostre comunità sono devastate da tutti questi anni di scontri durissimi e sono abbastanza sicuro che anche per i vostri sudditi sia lo stesso. Inoltre riteniamo che un ulteriore proseguimento delle ostilità, porterà solo un inasprimento dei nostri futuri rapporti, sia in caso di vittoria, che di sconfitta. Questo stallo non giova a nessuno, signora Nehor, per evitare di rischiare la vita tutti quanti, proponiamo una tregua tra i nostri eserciti congiunti e il vostro.»
Sfortunatamente Nehor non parve soddisfatta da quella spiegazione «Quindi mi state dicendo che dovremmo sparire e tanti saluti? Non dimenticate che queste terre sono anche mie!»
Hagos scosse la testa «Non sarà necessario, mia signora. Ne abbiamo discusso a lungo, se vorrete rimanere, troveremo un posto anche per voi...»
Anche perché rischieremmo che ci uccida tutti... Nonostante tutto, Nehor è la più potente dei primordiali... Anche con tutte le reliquie è tremendamente più forte di tutti noi messi assieme... Se solo avessimo un modo per fermarla...
Nehor ci pensò per un po'. D'un tratto un sorrisetto comparve sul suo viso «Accetto la tregua, ma a delle condizioni...»
Tutti rimasero di stucco.
Ha ceduto troppo facilmente... Non mi piace...
«Volete una tregua? Chi sono io allora per non farmi da parte? Non dimenticate che sono la primordiale dell'entropia e mi esprimo nella forma del desiderio, in quanto quintessenza di tale legge. Come potrei andare contro la mia stessa natura? Soprattutto se a richiedermelo sono la mia dolce famiglia...» e guardò Jovulf e Tadewi «...i miei vecchi e storici amici...» e guardò gli altri primordiali a uno a uno «...la mia anima gemella...» e fece un tenero sorriso a Gahone «...e persino se a chiederlo sono acerrimi nemici!» e scrutò con odio profondo Antar.
L'araldo del fuoco ricambiò lo sguardo «Cosa proponete, primordiale?»
«Io sparirò per un periodo pari a...» ci pensò su «...otto cicli! Un ciclo per ciascun elemento! Rimarrò in disparte, potrete sigillare i miei poteri, farmi sparire e io lascerò tutti voi vivere liberamente su Nesia!»
Tadewi si allarmò «Madre! Non è necessario che spariate del tutto! Troveremo un posto anche per te! Potremmo vivere tutti in pace!»
Hagos annuì «È vero, signora Nehor, non è necessario prendere una decisione così drastica...» poi accarezzò la schiena di Tadewi «Sua figlia ha ragione. Se il suo spirito si professa in maniera da convivere civilmente, noi saremo ben più che felici di accoglierla nella nostra comunità.» Tadewi mostrò un sorriso d'incoraggiamento e annuì.
Nehor arricciò il naso e pose una mano in avanti «Assolutamente no! Lascerò che voi gestiate Nesia come meglio crediate. Siete convinti che la vostra visione del mondo sia migliore della mia? Allora dimostratelo! Vi concederò otto cicli per gestire Nesia come meglio credete. Dovrete dimostrarmi che senza la mia presenza nessuna parte del mondo crolli in una guerra e che sappiate mantenere la pace che tanto decantate! Se alla fine degli otto cicli vedrò che avrete mantenuto la pace per tutti questi anni e che i contrasti di cui tanto mi date la colpa saranno appianati, allora io mi farò da parte, sparirò per sempre e potrete vivere su Nesia senza la mia presenza.»
Mitla si accigliò «Otto cicli? E a quanto corrisponderebbe?»
Gahone rispose «All'incirca a duemila anni.»
Xylnius si accigliò «Duemila anni... senza guerre?»
«Cosa c'è? Credete che sia impossibile?» domandò lei con finta innocenza «Altrimenti potremmo fare il contrario e dimostrarvi che può esserci una Nesia senza guerre con me al comando...»
Gahone si allarmò, intuendo cosa avrebbe potuto avvenire «No, non è un'impresa impossibile. Se siamo riusciti a creare degli accordi tra noi e gli umani, riusciremo anche in quest'impresa...»
«Ma...» sollevò un'obiezione Nehor «Se durante questi duemila anni, la pace e l'equilibrio non saranno mantenuti, allora io diverrò regina suprema e assoluta di questo mondo! E tutti voi mi accetterete come vostra regina.»
Umpf... è un vero e proprio ricatto...
Ren'Ik annuì «Io non trovo alcuna obiezione a tale richiesta...»
«Io sì!» decretò Misae «Non potremo sapere come reagiranno i nostri discendenti! Se tra noi potremo di certo garantire una tale sicurezza, come potremmo sapere cosa accadrà quando avverrà la nostra dipartita?»
Oan s'intromise «È molto semplice, insegneremo ai nostri discendenti il giusto modo di agire. Sono sicuro che non ci deluderanno.»
«E sappiate...» s'intromise Nehor «...che se non accetterete tale accordo, allora riprenderemo le ostilità, all'istante!»
Tutti al tavolo si scambiarono delle occhiate preoccupate.
Alla fine Gahone sospirò «Allora noi...»
«Attendi, mio Gahone! Le mie richieste non sono terminate!» lo interruppe Nehor.
Antar sospirò «Quali altre richieste avete, primordiale?»